Cari amici,
ci lasciamo guidare stasera dalla prima preghiera che ho pronunciato a nome di tutti, dopo la lettura di Genesi: «Dio onnipotente, concedi alla tua Chiesa di essere sempre fedele alla sua vocazione di popolo radunato dall’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, per manifestarsi al mondo come sacramento di santità e di comunione, e condurlo alla pienezza del tuo amore». In questa preghiera sta tutto il senso della Pentecoste: il dono di Dio, la natura della Chiesa e la sua vocazione.
Chi siamo noi, come Chiesa?
Siamo un popolo radunato nell’unità dall’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Noi siamo comunione, a immagine della Trinità, chiamati alla comunione, dono di Dio da custodire e da costruire. Siamo – dobbiamo essere – vogliamo essere l’anti Babele. Il racconto simbolico di Genesi è la cifra dell’umanità di sempre quando si chiude a Dio e attenta al Cielo. Non abbiamo ascoltato una pagina di storia, ma l’analisi in filigrana di quanto cogliamo anche oggi quando ci guardiamo attorno. Dietro alla violenza scatenata, all’insensatezza interessata delle guerre, allo sfrenato individualismo stanno l’arroganza e la protervia umana che pretendono di fare la storia, usurpando il posto di Dio, unico Signore e facitore della storia. Tristemente dobbiamo anche riconoscere che gli stessi tratti, forse un po’ attenuati, sono presenti anche in noi e a volte emergono con prepotenza in forma di giudizi implacabili, chiusure, calunnie, aggressioni verbali…
Fratelli, quando Gesù appare ai discepoli la sera di Pasqua pronuncia una parola gravida di speranza: Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi… Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati (Gv 20, 21-23). Quel saluto ha una radice di verità e di efficacia nel cuore trafitto del Signore: dona la pace perché quella pace l’ha generata sulla croce, riconciliando cielo e terra, l’umanità con Dio, lavando con il suo sangue il peccato degli uomini, ogni peccato. L’amore trafitto di Gesù dice che da questo momento è possibile essere uomini diversi, perché il male non genera necessariamente la vendetta, in Gesù è possibile il perdono, la catena del male si è spezzata. Lo Spirito che Gesù effonde sui discepoli riuniti è il suo Spirito, lo Spirito che ha donato dall’alto della Croce. È questo il dono di Dio che fa la Chiesa, comunità di uomini e donne pacificati in Cristo, che continuamente si immergono nella sua morte redentrice per far morire l’uomo vecchio, prepotente e violento, e formare l’uomo nuovo creato secondo Dio a immagine di Cristo (cfr Ef 4, 24). Questa è la Chiesa, non già comunità di perfetti, ma comunità di salvati. Ecco perché la messa è centrale nella vita del cristiano!
I doni di Dio sono sempre per il bene comune (cfr 1 Cor 12, 7): la Chiesa è comunità di salvati mandati nel mondo per condurlo alla pienezza dell’amore di Dio. È ciò che annuncia il profeta Gioele e che in Cristo si compie oggi: Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni… Chiunque invocherà il nome del Signore, sarà salvato, poiché sul monte Sion e in Gerusalemme vi sarà la salvezza. Ecco la Chiesa. Essa ha una vocazione e un compito: manifestarsi al mondo come sacramento di santità e di comunione, e condurlo alla pienezza dell’amore di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. Oggi siamo tutti, giustamente, molto sensibili al discorso della pace, ma qualche volta noi cristiani smarriamo la prospettiva evangelica e diventiamo dei manifestanti come gli altri che possono riporre la speranza solo nella forza di convincimento o di pressione sociale. La preghiera che abbiamo formulato all’inizio della Messa ci ricorda che la vocazione della Chiesa è essere segno e strumento (sacramento) di comunione e di santità. Comunione e santità sono due parole che non ci pongono in una prospettiva orizzontale, ma verticale. C’è una radice della pace e della convivenza giusta e solidale tra gli uomini che va oltre le strategie umane, oltre la diplomazia, pur così importanti e determinanti. Dico questo con grande rispetto e stima per tutti gli strumenti umani che vengono messi in campo e nei quali anche la Chiesa si impegna a tutti i livelli, dal singolo fedele, al politico cattolico, fino al Papa. Tuttavia non ci fermiamo a questo stadio. Sappiamo che gli accordi di pace, i patti che sanciscono giustizia e solidarietà hanno bisogno di un’anima ed è quella che noi cristiani cerchiamo di donare lasciandoci plasmare dallo Spirito a immagine di Gesù all’interno di quel travaglio di conversione e di invocazione che san Paolo descrive così bene e che vogliamo ancora una volta abbracciare: Sappiamo che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo… lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza… intercede con gemiti inesprimibili. Questo parto dell’uomo nuovo e della nuova creazione ci ricorda che il fine della missione della Chiesa è condurre l’uomo oltre l’orizzonte, all’incontro con Dio, a fare esperienza della pienezza del suo amore. Così sia!