Consegno questa sera a me e a voi due parole, tratte dalla ricca Liturgia domenicale.
La prima è: Rendete … a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio.
Per Gesù è chiaro che la moneta, segnata dall’effige dell’Imperatore, è di Cesare, mentre l’uomo, che porta impressa l’immagine di Dio (cfr Gn 1, 27), è di Dio. Ogni uomo è creato, amato, e chiamato da Dio all’eterna comunione con Lui. Questa è la natura dell’uomo, questa la sua destinazione finale. Essere a immagine di Dio vuol dire che Gli stiamo a cuore, ma anche che dipendiamo radicalmente da Lui, non certo come un oggetto dal suo padrone, ma come un figlio dai suoi genitori, in una relazione di amore. Vuol dire anche che ogni persona umana è portatrice di dignità intangibile, soggetto di libertà, di responsabilità, di capacità di amare. Queste tre parole declinano il nostro essere a immagine di Dio. Dobbiamo viverle e difenderle anche contro le caricature che spesso oggi vengono proposte. La libertà, ridotta al «Fa quello che ti suggerisce il cuore», privata di riferimenti su cosa sia bene e cosa sia male, diventa capriccio e si schianta, come una macchina senza guida. La responsabilità costretta al «Tu pensa a te stesso», finisce per essere autolesionista, perdendo di vista che siamo legati gli uni agli altri e che il bene di uno è proporzionale allo star bene degli altri. L’amore a tempo, «L’amore è bello fin che dura», rinuncia a farsi dono dentro a un progetto di vita voluto e perseguito anche nel momento della fatica. Rendere a Dio quel che è di Dio significa orientare a Lui la nostra libertà e al contempo realizzare appieno la capacità che abbiamo in dote di prenderci cura degli altri e di amare come Lui ci ama, attraverso il dono di sé.
La seconda parola è: Cantate al Signore un canto nuovo… In mezzo alle genti narrate la sua gloria, a tutti i popoli dite le sue meraviglie.
Essa è quanto mai adatta alla nostra assemblea, composta da molti cantori. Ci ricorda che nella Liturgia il canto e la musica sono diretti a Dio. Sono alti e belli non solo per la qualità dei testi e dell’esecuzione, ma soprattutto se sono veri, cioè se esprimono l’apertura del cuore e della mente al dialogo con Dio, se sono preghiera. E non si tratta di una preghiera individuale, ma comunitaria: «Nella liturgia, cantare e suonare significa pregare, sintonizzando il proprio cuore con quello delle sorelle e dei fratelli» che insieme lodano e supplicano il Signore (Leone XIV, Catechesi del 19 agosto 2026). In questo senso, cari cantori, canto e musica sono un vero ministero liturgico al servizio dell’assemblea che celebra i divini misteri, aprendosi alla Parola e all’azione della grazia di Dio per lasciarsene plasmare. Recentemente papa Leone ha ricordato che musica e canto esprimono la dimensione affettiva della preghiera. È così: toccando le corde dell’emotività ci aiutano a entrare in relazione con il Signore non solo con la mente, ma con tutto noi stessi. E – lo sappiamo bene – gli affetti muovono più intensamente l’animo.
Il Salmo invita a cantare un canto nuovo. Secondo sant’Agostino si tratta del canto dell’uomo nuovo, che lascia dietro di sé il peccato, che non corre dietro alle passioni ingannatrici, ma si lascia guidare dal Signore e dai suoi comandamenti. Un invito a far corrispondere la nostra vita a quanto cantiamo. E qui vorrei sottolineare un punto sul quale dobbiamo tutti crescere. Il Papa dice: «Il canto… favorisce la comunione. Attraverso la sinfonia delle voci contribuisce all’unione degli animi, superando le differenze tra le persone e riunendo tutti nella lode a Dio. Diventa così epifania della Chiesa, manifestazione sensibile della comunione che appartiene alla sua stessa natura» (Leone XIV, Catechesi del 19 agosto 2026). Cari amici, questo è un punto nodale di qualsiasi servizio liturgico, del mio come del vostro: l’impegno ad andare d’accordo, a costruire rapporti fraterni, a comporre nel perdono e nella comprensione le inevitabili divergenze, è la grande testimonianza che dobbiamo al mondo di oggi. Così davvero narriamo con il canto non solo la gloria di Dio, ma anche le meraviglie che egli compie per noi: la sua grazia rende possibile la fraternità, il volerci bene, al di là delle differenze e delle offese ricevute e inferte; rende possibile riprendere il cammino in spirito di comunione. Lo auguro a voi e a me. Lo imploro dal Signore. Tutti preghiamo per questo.