Santa Messa nella Solennità di San Grato

Cattedrale di Aosta

07-09-2026

Je mets dans ta bouche mes paroles ! Tu iras vers tous ceux à qui je t’enverrai ; tout ce que je t’ordonnerai, tu le diras.

Così parla Dio a Geremia costituendolo profeta. Lo stesso mandato è affidato a noi: Andate… fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli… insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato (Mt 28, 19-20).

Il nuovo anno pastorale impegna le Unità parrocchiali a preparare un percorso di formazione alla vita cristiana, concreto e adatto alla comunità.

Che cosa significa formazione alla vita cristiana?

Vuol dire imparare a pensare, amare, parlare, agire e relazionarsi come Gesù. Questo non avviene solo perché sappiamo come si comportava. La conoscenza si accompagna all’incontro personale che accade quando il Vangelo, letto o ascoltato, scende dalla testa al cuore e diventa preghiera interiore; quando Gesù è accolto nell’Eucaristia domenicale della comunità e negli altri Sacramenti; quando Gesù è riconosciuto, amato e servito nei fratelli, soprattutto nei piccoli. Gesù è il fondamento. Su di Lui, poco alla volta, cresce l’edificio della vita cristiana, come ricorda san Paolo.

Diventare discepoli di Gesù non si esaurisce con gli anni del così detto catechismo. La formazione cristiana dura quanto dura la nostra vita sulla terra. Bisogna continuamente alimentare la luce che il Battesimo ha acceso in noi: Se… il tuo corpo è tutto luminoso, senza avere alcuna parte nelle tenebre, sarà tutto nella luce, come quando la lampada ti illumina con il suo fulgore. La lampada che ci illumina con il suo fulgore è Cristo. Imitare Lui vuol dire essere illuminati dalla sua luce e portarla agli altri.

C’è ancora una cosa da considerare: non si diventa discepoli da soli; si diventa cristiani attraverso l’azione di una comunità e dentro a una comunità. Su questo dobbiamo crescere molto, se ci sta a cuore il futuro della Chiesa nella nostra Valle.

Dobbiamo vincere l’individualismo che si ammanta di falso rispetto per la riservatezza degli altri. In questo, poi, la comunità cristiana può essere un laboratorio anche per la società civile, rigenerando reti di conoscenza, di collaborazione e di solidarietà.

In secondo luogo ci dobbiamo impegnare tutti, sacerdoti e laici, per favorire una maggiore partecipazione alla vita della comunità. Se è vero che il Parroco è il pastore chiamato ad animare la comunità, è altrettanto vero che non assomma in sé tutte le potenzialità della comunità. Essa, piccola o grande che sia, deve attivare i carismi battesimali di tutti per dire il Vangelo, a parole e con la vita, e per creare la rete di accompagnamento reciproco che ci permette di crescere finché Cristo sia formato in noi (cfr Gal 4, 19). È una rete oggi oltremodo necessaria. Se è vero che non si diventa cristiani da soli è altrettanto vero che non si può essere cristiani da soli. I genitori che chiedono il Battesimo per i figli non chiedono un atto burocratico. Chiedono qualcosa di più, almeno qualcosa che colleghi terra e cielo, che ponga la vita del figlio sotto lo sguardo di un Dio, magari non troppo conosciuto e frequentato, ma percepito come presente, sia pure da lontano. Noi, che conosciamo Gesù, volto di Dio, la sua tenerezza, il suo cuore grande, non possiamo non lasciarci interpellare e farci comunità che accoglie e accompagna in un potenziale percorso di riscoperta della fede. La stessa cosa vale per quanti chiedono il Matrimonio, anche se sono pochi. È un passo così alto, delicato e bello che naturalmente apre a Dio Creatore. A volte c’è proprio solo un piccolo diaframma da far cadere perché questa apertura si compia. La comunità non può stare solo a guardare. Così è per chi patisce sofferenza, lutto, solitudine: la comunità dev’essere presente e attiva assieme al Parroco. La presenza, l’accoglienza e il prendersi cura gli uni degli altri nel cammino di fede e di umanità sono annuncio di una fraternità resa possibile dal Vangelo di Gesù. Come scrive san Francesco nel suo Testamento, i fratelli non sono scelti, sono dono di Dio e l’unico modo che hanno per stare insieme è seguire «la forma del santo Vangelo», amandosi gli uni gli altri come Dio ha amato noi. E’ una luce che può illuminare la sfida che l’umanità deve affrontare nel futuro, la fraternità, la scelta di vivere insieme in pace sulla terra.

Il fatto che oggi la Messa di san Grato veda intrecciarsi in Cattedrale in maniera più forte del solito comunità cristiana e società civile indica una direzione verso cui camminare, senza paura di contaminazioni, pur nel rispetto della diversità di identità e di missione. Camminare insieme è sempre un buon antidoto alla solitudine e un buon viatico per costruire una cultura di pace. La pace, infatti non è da costruire solo in Ucraina o in Terra santa, ma anche nei nostri paesi e villaggi.

Ci aiuti san Grato a collaborare ancora di più e meglio per il bene delle persone, delle famiglie, delle comunità. Così sia!

 

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