S. Messa con la comunità delle eremite di Perloz

Eremo di Perloz

22-06-2026

 

La ricorrenza della memoria del beato Innocenzo trova luce nella pagina evangelica appena proclamata. All’inizio della Messa abbiamo chiesto a Dio di farci diventare strumenti di pace e riconciliazione a imitazione del nostro Beato. Ecco la sfida che ci viene consegnata dalla Liturgia e che dovremmo rilanciare al mondo con il nostro impegno e il nostro esempio.

Gesù ci indica la strada: Non giudicate. E aggiunge la motivazione: Per non essere giudicati. Con tutta evidenza Gesù si riferisce al giudizio finale di Dio: Perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi. C’è dunque una corrispondenza tra l’agire di Dio verso di noi e i rapporti di perdono e di misericordia che cerchiamo di costruire tra noi. Noi guardiamo a come Dio si relaziona con noi per imparare da Lui, come Gesù ci fa capire nella parabola del servo malvagio che condonato avrebbe dovuto fare altrettanto con un suo debitore (cfr Mt 18, 23-35). Dio ci giudica a partire dal nostro modo di porci verso i fratelli, come Gesù insegna nella preghiera del Padre Nostro (cfr Mt 6, 9-13) e nelle Beatitudini: Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia (Mt 5, 7).

Vale la pena di fare alcune precisazioni. Non viene negato il giudizio finale di Dio, che ci sarà. Quel non giudicate si traduce in «Non condannate» e, positivamente, in «Perdonate». Così il non essere giudicati vuol dire non ricevere il giudizio di condanna riservato agli empi, a coloro che non hanno praticato le opere di misericordia (cfr Mt 25, 31-46). Inoltre ai discepoli Gesù chiede di non sostituirsi a Dio che è e rimane l’unico Signore e Giudice di tutti.

Il contrasto tra la pagliuzza e la trave mette in risalto due aspetti molto importanti per noi quando esercitiamo la correzione fraterna e quando esercitiamo la responsabilità che abbiamo verso gli altri e la comunità. Innanzitutto la sproporzione del nostro rapporto con Dio rispetto al rapporto che abbiamo con i fratelli: davanti a Dio siamo sempre debitori insolventi. Non si può fare correzione fraterna da cristiani se non a partire dall’umile riconoscimento del nostro peccato. In secondo luogo siamo invitati a un atteggiamento di verità su noi stessi. Non possiamo correggere con amore un altro se non abbiamo consapevolezza della nostra fragilità.

È questo un modo concreto di essere strumenti di pace e di riconciliazione, non mediante indifferenza e tolleranza, ma ricercando il bene con animo concorde.

 

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