Rendete … a Cesare quello che è di Cesare
e a Dio quello che è di Dio.
Per Gesù è chiaro che la moneta, segnata dall’effige dell’Imperatore, è di Cesare, mentre l’uomo che porta impressa l’immagine di Dio (Gn 1, 27) è di Dio. Noi siamo fatti a sua immagine e per questo siamo attratti a Lui, come una calamita. Questa è la verità su noi stessi che Gesù ci racconta con la sua vita e i suoi insegnamenti.
Innanzitutto ci dice che siamo preziosi agli occhi di Dio. Questo, in una situazione difficile come quella attuale, ci invita ad avere fiducia, a non pensare che il nostro destino sia indifferente a Dio, anche se il suo modo di operare non coincide sempre con le nostre attese. Se non compie un miracolo, ci dona però la forza e il coraggio di affrontare la situazione senza cadere nella disperazione, anzi tirando fuori il meglio di noi stessi per sperare e aiutare altri a sperare.
Ci fa poi capire che dipendiamo radicalmente da Dio, non come un oggetto dal suo padrone, ma come un figlio dai suoi genitori in una relazione di amore. Essere credenti vuol dire accogliere la parola di Gesù come luce che illumina il nostro modo di comprendere la realtà; vuol dire riconoscere che la vita, tutto ciò che siamo in profondità, è dono di Dio e cercare di farlo fiorire giorno dopo giorno fino all’eternità, secondo il suo progetto.
In terzo luogo Gesù ci insegna che ogni persona umana è portatrice di dignità intangibile: non è mai un numero, un mezzo, ma sempre un fine. L’uomo non è strumentale al consumo come rischia di fare la nostra civiltà occidentale, ma soggetto di libertà, di responsabilità, di capacità di amare. In queste tre parole si declina il nostro essere creati a immagine di Dio. Purtroppo però la nostra cultura spesso ce ne consegna tre caricature. «Fa quello che ti suggerisce il cuore»: senza valori di riferimento (che cosa è bene, che cosa è male), la libertà diventa capriccio e si schianta perché è come una macchina potente senza guida. «Tu pensa a te stesso»: la responsabilità è presentata come affermazione egoistica di sé senza accorgersi che di fatto dipendiamo gli uni dagli altri e tutti siamo inseriti in un sistema di vasi comunicanti per cui il bene mio è proporzionale allo star bene degli altri. «L’amore è bello fin che dura»: così anche l’amore perde la sua capacità di dono, di relazione gratuita, di progetto di vita voluto e perseguito anche nel momento della fatica.
La visione cristiana della dignità umana è integrale: riguarda la vita di tutti, dal bambino che bussa alla porta della vita all’esule che bussa alla porta del nostro paese; riguarda tutta la vita: dal concepimento alla morte naturale. Fare selezione tra le persone – queste sì e quelle no – o farsi arbitri della vita e della morte, come tende a fare e a imporre oggi la cultura dominante, significa negare il Vangelo, ma anche perdere in umanità. Facciamo attenzione a non lasciarci sottomettere a slogan e mode che altri determinano per tenerci al guinzaglio, togliendoci con guanti di velluto libertà e dignità. Libertà è scegliere, è domandarsi dov’è il bene, il bello per me e per gli altri, il bene comune e perseguirlo. La fede cristiana, la Parola di Gesù ci aiutano a coltivare il senso critico per costruire una vita libera, responsabile, capace di amare davvero. Concludo con una considerazione che faceva san Carlo Acutis e che certamente già conoscete: «Tutti nasciamo come degli originali, ma molti muoiono come fotocopie». L’augurio è che sappiamo vivere da originali incarnando con passione l’immagine di libertà, di responsabilità e di amore che Dio ha impresso in ciascuno di noi.