La festa del Battesimo di Gesù è come un sigillo sul tempo di Natale che abbiamo vissuto e celebrato e che oggi si conclude. Si manifesta appieno ciò che abbiamo ascoltato come annuncio nelle pagine evangeliche dedicate alla nascita e all’infanzia di Gesù e contemplato nel Presepe: Dio si fa vicino agli uomini inviando nel mondo suo Figlio, luce per gli uomini, luce che prende la forma della loro vita, luce discreta nella povertà di Betlemme e nella fragilità di un bambino bisognoso di tutto.
Al Battesimo, Gesù, ormai adulto, si mescola con i peccatori incarnando in maniera plastica il versetto di Giovanni che abbiamo ripetutamente meditato: Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi (Gv 1, 14).
Giovanni non vorrebbe battezzarlo perché sa che Gesù non ha bisogno di conversione e di penitenza, perché è il Santo. Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Che cosa intende dire Gesù con queste parole? Ci aiuta san Paolo che, nella Seconda Lettera ai Corinzi, scrive: Dio… riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio (5, 19.21). È questo mistero che appare agli occhi della nostra fede nella scena del Battesimo al Giordano e intravvediamo in filigrana la croce insanguinata e gloriosa della Pasqua. Il Padre ha permesso che il Figlio, che non conosceva peccato, si facesse carico di tutti i peccati degli uomini distruggendoli nel suo corpo, nel suo amore, nella sua obbedienza: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Un martire moderno, padre Giuseppe Girotti, domenicano ucciso a Dachau per la sua fede, traduce: «L’innocente è stato punito al posto del colpevole perché il colpevole diventasse innocente».
Con il suo Battesimo Gesù mostra la solidarietà divina con l’umanità, una solidarietà che non si ferma davanti al peccato, anzi che diventa ancora più forte proprio davanti al peccato: più l’uomo rischia di perdersi e più Dio lo rincorre con il suo amore e la sua misericordia. Quante volte Gesù lo mostrerà con i suoi gesti fuori dalle logiche umane! Penso alla chiamata di Matteo, ai pasti con i peccatori, all’accondiscendenza verso Zaccheo. Quante volte dirà con chiarezza che per questo è venuto nel mondo: Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: “Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?”. Udito questo, disse: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati (Mt 9, 10-12). Scende nei bassi fondi del peccato non certo per soggiacere al male con i peccatori, ma per tendere loro la mano e trarli fuori dal baratro della tristezza e della morte e restituirli allo splendore della gloria che Dio ha pensato e vuole per i suoi figli. Questa è la differenza tra la solidarietà di Gesù e la tolleranza del mondo. La tolleranza confonde bene e male, misconosce la verità dell’uomo e finisce per rinchiudere tutti nel livello più basso, senza aprire nemmeno uno spiraglio perché si possa risalire dalla palude del peccato. La solidarietà di Gesù si fa redenzione e appello alla conversione. Così dev’essere anche la solidarietà dei suoi discepoli.
Con il suo Battesimo Gesù manifesta al modo la sua obbedienza al Padre: Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera (Gv 4, 34) .
Il Padre si compiace del Figlio che sta compiendo la sua volontà in favore degli uomini, che Egli ama senza misura: Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. E ricolma di Spirito Santo l’umanità del Figlio. In Lui lo stesso Spirito abiterà e guiderà il cuore di ogni discepolo.