Siamo nella casa di Maria e Maria è fondamentalmente Madre e ci accoglie e lavora per costruire e tenere unita la sua famiglia, la Chiesa. Per questo ho pensato di consegnarvi due mattoni spirituali, tratti dalle letture proclamate, con i quali costruire l’edificio spirituale della Chiesa, nelle nostre comunità.
Il primo mattone: Benedetti per benedire.
Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tanti suoi benefici. La prima testimonianza che una comunità cristiana può dare oggi al mondo è quella della lode elevata a Dio. Benedire Dio significa confessare che ciò che siamo e ciò che abbiamo non è frutto del caso o del nostro saper fare, ma benedizione di Dio: la vita, la fede, il creato, l’amore. È questa una prospettiva che manca al mondo contemporaneo che mette l’uomo al singolare, io, al centro di tutto e sopra tutto, creando un vortice di solitudine, di infelicità e di violenza che è quotidianamente sotto i nostri occhi. Durante l’ultimo pellegrinaggio a Lourdes ho avuto modo di ascoltare tante persone, alcune sofferenti nel corpo e nello spirito. Ciò che mi ha colpito e che ora desidero testimoniare è il loro sguardo di fede che permetteva loro di ringraziare il Signore per le cose belle, di offrire come preghiera per sé e per gli altri quelle più faticose e di voltarsi a guardare indietro chi patisce di più. Ecco io credo che la comunità si costruisce se non siamo persone autocentrate, che pretendono tutto e subito, se sappiamo guardare al positivo, ringraziare Dio e gli altri per quanto c’è di bello e di buono, se sappiamo accorgerci degli altri e fare un passo verso di loro, se sappiamo badare alle cose essenziali, lasciando cadere le quisquilie. Proviamo ad assumere questo mattone importante: riconoscere che siamo benedetti da Dio per imparare a benedire Dio e gli altri. Lodiamo il Signore che sa di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere. Non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe. Come il cielo è alto sulla terra, così è grande la sua misericordia su quanti lo temono.
La misericordia di Dio ci introduce al secondo mattone: Perdonati per perdonare.
La parabola del Vangelo è cristallina e non ha bisogno di spiegazione. La sua dura conclusione ci interpella: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? Senza perdono non c’è comunità cristiana e la considerazione che sto per farvi è il segno della scristianizzazione della nostra terra. Se il perdono è stato sempre difficile da praticare, costituiva nel passato, grazie ad una cultura cristiana diffusa, un valore da perseguire, anche se magari non si riusciva a praticarlo fino in fondo. Oggi sembra preponderante una cultura per la quale il perdono è una risposta debole ai mali del mondo. E così non è raro che, addirittura nell’educazione pratica dei figli, i valori che passano siano la vendetta, l’uso della forza, la rivendicazione di un individualismo sfrenato e totalmente sciolto dal rispetto degli altri. Per la Scrittura il perdono contraddistingue la grandezza di Dio. Dio è grande perché perdona. Noi cristiani ci rivolgiamo al Padre con queste parole: «Tu… manifesti la tua onnipotenza soprattutto nella grazia del perdono» (MR, Prefazio della Preghiera eucaristica della Riconciliazione I). Un tesoro che dobbiamo riscoprire. Il perdono è uno sforzo etico, ma prima di tutto un atto di fede, perché per primi siamo inseriti in una storia di misericordia. Siamo tutti debitori insolvibili, tutti debitori condonati dal Padre. Non ci resta che il debito dell’amore vicendevole, come dirà san Paolo (cfr Rm 13, 8). Ecco il significato profondo della domanda che Gesù ci fa ripetere ogni giorno: «Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori». Siamo chiamati ad accogliere il perdono che ci fa partecipi della magnanimità di Dio.
Benedetti e perdonati per benedire e perdonare. Amen.