Eminenza,
Signor Presidente della Fondazione Courmayeur,
Signor Sindaco,
Signor Parroco,
Autorità civili e militari,
Gentili Signore e Signori,
è per me un onore portare a tutti voi il saluto della Diocesi di Aosta in occasione della visita del Cardinale Presidente della Conferenza Episcopale Italiana.
Grazie di essere qui, caro Vescovo Matteo. Grazie per aver accolto di condividere con noi una riflessione su un tema tanto delicato e urgente come quello della pace.
Non credo sia necessario presentare il Cardinal Zuppi. Tutti lo conosciamo e, ancora nelle scorse settimane, abbiamo seguito con partecipazione e speranza la sua rinnovata missione umanitaria in Ucraina, dove ha portato al popolo, martoriato dalla guerra, la vicinanza e la preghiera di papa Leone e i suoi ripetuti appelli a difendere almeno l’umanità, prima vittima di ogni conflitto.
Mi limito a contestualizzare le parole che stiamo per ascoltare dal punto di vista del luogo in cui ci troviamo e di un anniversario che non possiamo dimenticare. Il Cardinal Zuppi parla ai piedi del monte Chétif sormontato dalla statua della Madonna Regina Pacis, voluta ottanta anni fa dalla comunità di Courmayeur come ringraziamento per la protezione avuta durante il conflitto, ma anche come invito alla preghiera costante per la pace e monito alle generazioni che si susseguono. Dall’alto continua a stendere il suo mantello sull’umanità ferita dalla violenza fratricida perché non vengano a mancare speranza e gesti di perdono e di riconciliazione. Come ci ricorda san Francesco, che celebriamo quest’anno nell’ottavo centenario della morte, spesso non resta che il perdono come strumento per ricucire gli strappi dell’odio e aprire le porte di una riconciliazione che altrimenti pare impossibile. Ce lo ha ripetuto infinite volte anche papa Francesco, in particolare con il Giubileo della misericordia. Potremmo anche dire che Maria, Regina Pacis, dall’alto, si pone alla ricerca dei figli smarriti come un giorno, assieme al suo sposo, cercò Gesù perso fra i dottori del tempio. Anche a noi sembra ripetere: «Figli perché mi fate questo?» (cfr Lc 2, 48).
Quarant’anni fa – ecco l’anniversario – accanto alla statua della Regina Pacis, san Giovanni Paolo II recitò l’angelus sull’Europa. Era il 7 settembre 1986. Disse: «A Maria rivolgo pertanto la mia preghiera perché voglia guardare con occhio di materna benevolenza all’Europa, a questo continente costellato di innumerevoli santuari a lei dedicati [uno è qui, Notre-Dame de Guérison]… L’Europa ha un suo ruolo da svolgere nella vicenda umana del terzo millennio: essa che tanto ha contribuito al progresso umano durante i secoli passati, potrà essere domani ancora luminoso faro di civiltà per il mondo se saprà tornare ad attingere, in concorde sintonia, alle sue originarie sorgenti: il migliore umanesimo classico, elevato e arricchito dalla rivelazione cristiana». In questo momento mi pare che, tra le molte sfide, la pace sia al primo posto con il suo carico di responsabilità per ciascuno di noi. Ha scritto recentemente Leone XIV: «Non possiamo chiedere la pace ai potenti del mondo se non cominciamo a viverla noi, a partire dai nostri rapporti quotidiani: nelle nostre famiglie, nelle nostre case, nelle nostre città, nei luoghi dove lavoriamo. La pace si costruisce con piccoli gesti quotidiani». Sono gesti piccoli, è vero, ma indispensabili per contrastare una cultura che torna a parlare, senza pudore alcuno, di forza, di vendetta, di distruzione come strumenti per risolvere gli inevitabili conflitti tra le persone e tra i popoli.
Mentre ringrazio ancora il Cardinal Zuppi e il Presidente della Fondazione Courmayeur per questa bella occasione che ci regalano, auguro a tutti buon ascolto.
Grazie.