L’eredità di San Francesco per gli uomini di oggi

Cogne

29-07-2026

Saluti
Innanzitutto desidero salutare tutti i presenti, ringraziare la Direttrice artistica del Gran Paradiso Film Festival, Dottoressa Luisa Vuillermoz, per l’invito che mi ha rivolto, ed esprimere grande apprezzamento per il lavoro dell’artista Barbara Tutino e per la presentazione che ne ha fatto.

Introduzione
Non è necessario narrare l’avventura umana e spirituale di san Francesco, universalmente nota. Basterà richiamare le coordinate storiche della sua vita per inquadrare quanto poi dirò. Aggiungo solo un’attenzione da avere quando si ricorda san Francesco: è un uomo del medioevo che ha vissuto in maniera totalizzante la sua fede cristiana, in un percorso fisico e spirituale travagliato. Dico questo per strappare Francesco agli stereotipi: non è un personaggio bucolico, non è un ecologista e nemmeno un pacifista, non è un fautore della tolleranza o di una visione liquida della società. Tutte le volte che leggiamo Francesco con una di queste lenti, proiettiamo su di lui una visione della vita e del mondo che non gli appartiene e che smorza irrimediabilmente la forza provocatrice della sua figura e della sua testimonianza.

Coordinate storiche
Francesco nasce ad Assisi nel 1181 in una famiglia di commercianti, dunque in una fascia agiata della popolazione. La povertà sarà una scelta di libertà e di fraternità. Vive una giovinezza spensierata e gaudente che viene interrotta dalla guerra tra Perugia e Assisi nella quale peraltro il giovane entra coltivando sogni di gloria cavalleresca, sogni che sono innanzitutto di suo padre. Il valore della pace non gli è culturalmente connaturale. Sarà frutto di un cammino interiore. Siamo nel 1202. Assisi esce sconfitta e Francesco vive un anno di dura prigionia e, come conseguenza, un tempo prolungato di malattia. Queste esperienze dolorose rappresentano come delle feritoie attraverso le quali la grazia divina tocca la sua anima e lo apre alla conversione, che avviene negli anni 1205-1206 tramite l’incontro con i lebbrosi e con il volto crocifisso di Gesù a san Damiano. Francesco esce “dal secolo” e sceglie di imitare radicalmente Gesù in povertà e itineranza. Si uniscono a lui i primi fratelli, non attesi, ma accolti come dono del Signore. Come vivere insieme? «Lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo. E io la feci scrivere con poche parole e con semplicità, e il signor papa me la confermò». Il papa è Innocenzo III e l’anno è il 1209. La Regola, andata progressivamente formulandosi, sarà approvata solo nel 1223 da Onorio III. Nel frattempo la fraternità francescana si ingrandisce e le missioni si moltiplicano in tutta Europa e anche fuori. Francesco stesso si reca in Medio Oriente: in Egitto incontra il Sultano Malek-al-Kamil; forse visita i luoghi santi (1219-1220). Tornato in Italia, sempre più malato, rinuncia al governo della fraternità, istituisce il Presepio (Greccio 1223), riceve le stigmate (La Verna 1224), malato e quasi cieco, compone il Cantico (San Damiano 1225), detta il Testamento (Celle di Cortona 1226). Il 3 ottobre 1226 muore alla Porziuncola, dove aveva voluto farsi portare dal Palazzo vescovile di Assisi.

L’eredità di san Francesco per l’umanità di oggi
Ci fermiamo brevemente sull’attualità di Francesco. Quale la sua eredità per l’oggi?
Rispondo con tre parole: povertà, fraternità, pace.

Povertà
Quando parliamo di san Francesco giustamente pensiamo subito alla povertà. Tuttavia l’esperienza che scatena la vita nuova di Francesco è da lui raccontata così all’inizio del Testamento: «Il Signore concesse a me, frate Francesco, d’incominciare in questo modo a far penitenza, poiché, essendo io nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di anima e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo». La povertà di Francesco non va letta in chiave pauperistica. Essa non è solo rinuncia a possedere beni materiali, ma rinuncia al possesso come categoria sociale che configura le relazioni. La povertà di Francesco pone la persona dentro a un circolo virtuoso che coniuga insieme rinuncia, semplicità, umiltà e pazienza. È una povertà a trecentosessanta gradi che Francesco chiama minorità e che raggiunge la categoria biblica del povero di Jahvé (cfr Mt 5, 3; Lc 6, 20). È vivere contando solo su Dio e la sua Provvidenza. È imparare a guardare la realtà con occhi nuovi, liberati dall’affannosa ricerca di primeggiare, di avere successo, di essere di più e meglio degli altri, di essere sopra gli altri.

La povertà di Francesco è scegliere la semplicità e l’umiltà di una vita che si fa vicina alle miserie materiali e spirituali degli altri. Non è un fine, ma via che conduce alla misericordia-condivisione e strumento per fare misericordia-tendere la mano e condividere. Ecco perché la povertà di Francesco può parlare ancora oggi e divenire principio dinamico della vita sociale. Suggerisce di superare il possesso come principio ordinatore delle relazioni. Suggerisce di mettersi accanto agli altri, condividere la loro esperienza e cercare di comprenderne le ragioni anziché giudicarla, dominarla o sfruttarla per i propri interessi.

Aggiungo che per Francesco vi è uno stretto legame tra povertà e misericordia che si fonda nella contemplazione del volto crocifisso di Cristo che, da ricco che era,  si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà (2 Cor 8, 9). È il mistero d’amore del Padre delle misericordie che ha donato il suo Figlio per l’umanità.

Fraternità
Il Vangelo annuncia una fraternità possibile tra gli uomini. La comunità dei discepoli di Gesù dev’esserne un inizio che la mostra e la promuove: Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti (Mt 20, 25-28).
Francesco pensa in questa chiave la fraternità dei Minori: relazioni non caratterizzate dall’esercizio del potere – ancorché l’obbedienza occupi uno spazio importante nella spiritualità francescana – ma dal reciproco servizio in uno spirito familiare di fiducia e di abbandono vicendevole. Torna alla mente la spiritualità paolina: Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri (Gal 5, 13); Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole (Rm 13, 8).
Da notare che Francesco non pensa la fraternità in funzione della missione che pure sarà molto importante per lui stesso e per i frati, ma solo per realizzare quanto Gesù chiede ai suoi, cioè di essere fratelli (cfr Mt 23, 8). La fraternità è la concretizzazione del vivere insieme la forma del Vangelo. Ancora una volta emerge la libertà dal possesso: una fraternità, non pensata in funzione di obiettivi da raggiungere, ma per se stessa, libera le relazioni dalla preoccupazione di strutture, metodi e risultati.
Nel Testamento breve (Siena) descrive questa fraternità con poche e semplicissime parole: «Sempre si amino tra loro». Qualcuno potrebbe dire che è banale, scontato, ma sappiamo bene che non è così!
L’eredità per l’uomo di oggi è l’invito a costruire relazioni improntate alla gratuità, evitando o contenendo lo spirito di concorrenza e rivalità, scegliendo uno stile di reciprocità umile e paziente, rispettosa delle differenze e attenta alle fragilità. Si tratta di un’eredità altissima, difficile da scegliere e ancor più da attuare, ma probabilmente anche l’indispensabile premessa alla pace: le fragilità vengono reciprocamente abbracciate dalla misericordia – non dalla tolleranza e, men che meno, dall’indifferenza -; le differenze vengono accolte in un dialogo aperto e pieno di rispetto.
Per Francesco tutto ciò è possibile perché i frati guardano a Cristo; vivere la fraternità da minore/povero/fratello è calcare le orme di Gesù. Non tutti coloro che fanno riferimento a Francesco sono credenti e Francesco può essere ugualmente motivo di ispirazione e guida di sapienza per affrontare la vita e costruire una fraternità sociale. Tuttavia tutti dovrebbero almeno porsi la domanda sul fuoco generatore dell’esperienza di Francesco che è chiaramente Cristo con il suo Vangelo.

Pace
Nel Testamento Francesco dice: «Il Signore mi rivelò che dicessimo questo saluto: il Signore ti dia pace». Diceva ai suoi primi fratelli: «La pace che annunziate con la bocca, abbiatela ancor più copiosa nei vostri cuori. Non provocate nessuno all’ira o allo scandalo, ma tutti siano attirati alla pace, alla bontà, alla concordia dalla vostra mitezza». Nella Regola viene prescritto: «Quando vanno per il mondo non litighino e evitino le dispute di parole e non giudichino gli altri, siano miti, pacifici e modesti, mansueti e umili parlando onestamente con tutti, così come conviene».
Oggi più che mai percepiamo che la via dei miti e degli umili di cuore, come lo era Gesù (cfr Mt 11, 29) e come lo fu Francesco, sua icona vivente, è l’unica che possa condurre gli uomini a cercare con sincerità di cuore e onestà di mente vie di pace per trovare poi risposte possibili per gestire la complessità di un mondo pluriforme e sempre a rischio di violenza.
Alla fine della vita, Francesco esprime nel Cantico quello che ha scoperto e vissuto come il cuore del Vangelo: «Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore». L’amore di Dio è l’amore di un Padre che non fa valere le sue ragioni con la forza, ma che recupera la storia con gli uomini, deturpata dal peccato, mediante il perdono, donando suo Figlio. Francesco l’ha vissuto sulla sua pelle abbandonando la logica di una società e di una famiglia che contava sul guadagno e sulla forza per poter esercitare potere sugli altri.
È un messaggio urgente per il nostro tempo nel quale si torna a parlare, senza più pudore, di forza, di vendetta, di distruzione come strumenti di soluzione dei conflitti.
San Francesco ci fa capire che la pace ha a che fare con il rispetto per tutto ciò che Dio ha creato, a partire dalle persone umane, che siamo chiamati a custodire e proteggere, fino alla casa comune che è il creato intero. L’uomo, sempre riconosciuto nella sua dignità inviolabile, cresce in umanità se abbandona la logica predatoria verso gli altri uomini e verso le altre creature. Solo così recupera l’armonia che Francesco ha saputo ricreare nel suo spirito e nel suo corpo.
Ancora una volta Francesco offre una chiave di lettura e la troviamo nel Cantico nel quale creature inanimate, creature animate, persone umane sono come il grande libro di Dio sul quale leggere il poema d’amore del Creatore e cantare le sue lodi.
Oggi questo libro si apre davanti a noi nelle opere di Barbara Tutino con la quale ancora mi complimento a nome di tutti.

Grazie.

 

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