Carissimi, viviamo un momento di grande intensità: portiamo all’altare il grazie per la conclusione del primo lotto di restauro dell’Oratorio. Il grazie rivolto a Dio contiene la gratitudine verso tutti coloro che, a diverso titolo, hanno lavorato in quest’opera, ma anche verso tutti coloro che danno, hanno dato e daranno vita a questo luogo. L’edificio più bello, se non è vissuto, dice vuoto e tristezza; se viene animato – cioè se gli si da un’anima – allora genera vita. Questo fanno tutti gli operatori dell’Oratorio: danno un’anima, generano vita. Per questo sono chiamati animatori.
Quest’anima ha una sorgente, Gesù. La Cappella dell’Oratorio è il luogo in cui abbeverarsi alla sorgente nella preghiera, nella celebrazione, nell’ascolto della Parola, nell’incontro personale con Gesù presente nel tabernacolo. La sua Parola e la sua presenza ci trasformano in Chiesa viva, cioè uomini e donne che vivono e raccontano l’amore di Dio per l’umanità.
I gesti che abbiamo compiuto e che compiremo rendono questo luogo sacro, un’oasi divina in cui potremo fare memoria e benedire, convertirci all’amore e metterci alla scuola di Gesù, come suggerito dalla Parola appena ascoltata.
Fare memoria e benedire
Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome… non dimenticare tutti i suoi benefici. È l’invito del Salmo. La nostra relazione con il Signore è racchiusa in un dialogo di reciproca benedizione. Lo dice bene san Paolo quando canta: Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo (Ef 1, 3-5).
Qui possiamo venire per fare memoria della chiamata di Dio alla vita cristiana e ringraziare per i doni ricevuti. Una cresimanda indicava tra i motivi per cui chiedeva la Cresima la gratitudine a Dio e ai genitori per il dono della vita e della fede. Qui possiamo riconoscere il Signore, nostro Dio, il Dio fedele, che mantiene l’alleanza e la bontà per mille generazioni.
Riscoprirci amati per amare
Carissimi, vorrei augurare a tutti voi di poter fare in questo luogo santo, davanti a Gesù presente nell’Eucaristia, l’esperienza raccontata dal Curato d’Ars. Vedendo un contadino venire in chiesa e sedersi silenzioso per lungo tempo senza muovere le labbra, gli chiese che cosa facesse. Rispose: «Io lo guardo e Lui mi guarda». Nel gioco divino di questi sguardi possiamo convertirci all’amore, come dice san Giovanni nella seconda lettura: Se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Regaliamoci qualche momento di preghiera silenziosa davanti a Gesù per riscoprire di essere amati e diventare capaci di amare le persone – bambini, ragazzi e ragazze, giovani – che ci sono affidati. San Giovanni ci assicura che così possiamo vedere Dio: Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi.
Alla scuola di Gesù
Gesù ci inviterà in maniera sempre discreta, ma fedele a entrare qui per lasciarci incontrare da Lui: Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Gesù conosce le fatiche della nostra vita. San Filippo Neri diceva che l’Eucaristia è medicina che guarisce dalla tristezza.
Il ristoro che Gesù ci offre sono certamente la consolazione e la tenerezza infuse dalla sua presenza, ma anche il cambio di prospettiva che ci invita ad assumere: Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. È una ristrutturazione del nostro modo di stare al mondo. Imparare da Gesù mitezza ed umiltà significa costruire in modo nuovo tutte le nostre relazioni – da quella con Dio fino a quella con noi stessi, passando per gli altri – fuggendo l’ansia e la paura, nella libertà della verità, dell’accoglienza e del dono di sé.