Cari fratelli e sorelle,
benediciamo oggi il Sacro Crisma, l’olio profumato con il quale siamo tutti segnati nel Battesimo e nella Cresima e con il quale vengono unte le mani dei sacerdoti al momento dell’Ordinazione.
Nell’Antico Testamento con l’olio si consacravano re, profeti e sacerdoti, sui quali scendeva stabilmente lo Spirito di Dio per guidarli nella loro missione in mezzo al popolo. Anche oggi il Sacro Crisma consacra interiormente coloro che lo ricevono e li rende partecipi della missione di Cristo. Questa è la vocazione cristiana: consacrati a Dio in Cristo e inviati a portare il suo Vangelo con una vita santa. Questa è la vocazione che tutti ci unisce, il vero titolo di gloria conferitoci gratuitamente dal Signore. Facciamo oggi memoria del dono di Dio e cantiamo la nostra gratitudine. Torniamo all’unzione santa che ci ha impregnati della potenza dello Spirito. Insieme, sacerdoti, diaconi, consacrati e laici, facciamo memoria della comune chiamata che fonda la dignità di ognuno e la fraternità di tutti! Ecco che cosa scriveva al riguardo san Paolo ai primi cristiani: Non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, con il quale foste segnati per il giorno della redenzione. Che cosa rattrista lo Spirito e tradisce l’unzione santa? Risponde san Paolo: Nessuna parola cattiva esca dalla vostra bocca, ma piuttosto parole buone che possano servire per un’opportuna edificazione… Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo (Ef 4, 29-32). Non ci accada di tradire con parole cattive e malevolenza reciproca l’unzione santa che ci ha ricolmati dello Spirito di Dio!
L’olio, simbolo dello Spirito, rimanda a Cristo. Cristo vuol dire unto, cioè pieno di Spirito Santo. Noi siamo detti cristiani da Lui: siamo unti del Signore perché anche su di noi Dio pone il sigillo del suo Spirito. Sono belle le parole che il Vescovo pronuncia ungendo la fronte dei cresimandi: «Ricevi il sigillo dello Spirito Santo che ti è dato in dono». Si tratta di un sigillo di appartenenza, di un titolo di dignità, di un pegno di salvezza. Questo significa essere consacrati a Dio. Dio si impegna fino in fondo con noi apponendo il suo sigillo, il suo Spirito: «Tu mi appartieni!». Non si tratta di un’appartenenza-dipendenza, ma di un segno di gloria, di protezione, di alleanza. Il sigillo garantisce che noi siamo davvero figli di Dio e che come tali Dio ci considera. Come non commuoverci pensando a questo dono immenso e al momento in cui ci presenteremo davanti a Lui e Dio ci riconoscerà come suoi?
Quando il sacerdote unge il capo del battezzato dice: «Dio onnipotente … ti consacra con il crisma di salvezza, perché inserito in Cristo, sacerdote, re e profeta, sia sempre membro del suo corpo per la vita eterna». Siamo consacrati per essere membra della Chiesa e vivere la vita nuova. Di questo riprendiamo coscienza con gioia e con senso di responsabilità, pensando che la Chiesa è fatta di tutti i battezzati, anche di coloro che partecipano poco alla comunità o che si sono allontananti. Prenderci cura della vita ordinaria della comunità vuol dire farci carico anche di questi fratelli e sorelle, invitandoli, pregando per loro, accogliendoli quando vengono, immaginando e proponendo occasioni per incontrarli e mostrare loro, in maniera sobria e rispettosa, il desiderio che ritornino. La nostra vita con le sue relazioni può suscitare nostalgia di Dio e della Chiesa e lasciar capire che le porte sono sempre aperte. Penso che, pastori e comunità, dobbiamo interrogarci su quali possano essere le proposte e i tentativi da fare in questa direzione. Mi permetto di richiamare le attività pensate per adolescenti e giovani, a condizione che non siano a lato della vita della comunità, la visita alle famiglie, agli ammalati e agli anziani. Sono occasioni da cogliere come provocazioni dello Spirito anche le richieste di Sacramenti e sacramentali. L’accompagnamento proposto per un tratto di strada può suscitare domande e generare qualche riavvicinamento. Abbiamo ascoltato Isaia: Vous serez appelés « Prêtres du Seigneur » ; on vous dira « Servants de notre Dieu »… Vos descendants seront connus parmi les nations… Qui les verra pourra reconnaître la descendance bénie du Seigneur. Se viviamo da discepoli e da fratelli, siamo segno della presenza di Dio in mezzo al mondo. Concludo citando un commento di Benedetto XVI alla prima lettura di oggi: «Nel vasto mondo…, che in gran parte non conosceva Dio, Israele doveva essere come un santuario di Dio… doveva esercitare una funzione sacerdotale per il mondo. Doveva portare il mondo verso Dio…». Così oggi la Chiesa: «Battesimo e Confermazione costituiscono l’ingresso in questo popolo di Dio… I cristiani sono popolo sacerdotale per il mondo. I cristiani dovrebbero rendere visibile al mondo il Dio vivente, testimoniarLo e condurre a Lui. Quando parliamo di questo nostro comune incarico, in quanto siamo battezzati, ciò non è una ragione per farne un vanto. È una domanda che, insieme, ci dà gioia e ci inquieta: siamo veramente il santuario di Dio nel mondo e per il mondo? Apriamo agli uomini l’accesso a Dio o piuttosto lo nascondiamo?» (Omelia 21 aprile 2011).
Lascio questa domanda severa come un monito da portare nella preghiera, nel silenzio, negli scambi fraterni di questi giorni santi che iniziano.
L’unzione del Santo illumini e accompagni! Amen.