Intervista a Mons. Nosiglia sulla fecondazione eterologa

'Anzitutto occorre che la famiglia sia promossa nella sua identità naturale e sociale. La precarietà anche culturale di cui è fatta oggetto la indebolisce sempre più nelle sue vitali funzioni di cardine del futuro della società'.

Torino, 3 settembre 2014. Pubblichiamo l’intervista rilasciata da Mons. Cesare Nosiglia, Arcivescovo di Torino e presidente dei Vescovi piemontesi, a Marco Bonatti de La Voce del Popolo, il settimanale diocesano torinese, sulla questione della fecondazione eterologa.

Mentre il Governo ha in cantiere la definizione, attraverso una nuova legge, delle norme per la fecondazione eterologa, alcune Regioni hanno già deciso di procedere nell’avvio dei servizi. Come orientarsi, in un quadro normativo così incerto?

Si direbbe che in Italia le questioni di rilevanza bioetica vengano gestite nei tribunali anziché nelle appropriate sedi legislative; e ciò accade, sovente, a causa delle lungaggini della macchina politica e burocratica. Ora, dopo la sentenza della Corte Costituzionale del 9 aprile scorso che ha dichiarato illegittimo il divieto dell’eterologa, è doveroso che al più presto vengano date norme sicure che regolamentino la questione su tutto il territorio nazionale per evitare il far west, le derive eugenetiche e l’instaurarsi di un subdolo mercato procreativo animato dalla patologia del desiderio e dalla logica del figlio a tutti i costi.
La generazione di una persona non può essere confusa con la produzione di un oggetto fatto a dimensione dei propri bisogni e della propria insaziata sete di genitorialità.

Che cosa si potrebbe fare per favorire vie diverse dall’eterologa alle coppie sterili che desiderano un figlio?

La sofferenza degli sposi che non possono avere figli o che temono di mettere al mondo un figlio con problemi di handicap, è una sofferenza che tutti debbono comprendere e adeguatamente considerare. Da parte degli sposi il desiderio di un figlio è naturale: esprime la vocazione alla paternità e alla aternità inscritta nell’amore coniugale. Questo desiderio può essere ancora più forte se la coppia è affetta da sterilità che appaia incurabile. Tuttavia il figlio non è un qualche cosa di dovuto e non può essere considerato come oggetto di proprietà: è piuttosto un dono, il più grande e il più gratuito del matrimonio, ed è testimonianza ivente della donazione reciproca dei suoi genitori. Non esiste, come nvece si vorrebbe far credere, un diritto al figlio. È quindi molto opportuno favorire maggiormente le adozioni e pubblicizzare anche la possibilità per le donne gravide che, per i più diversi motivi, non si sentono nella condizione adatta ad allevare un figlio, di consentirne l’adozione, come è già previsto nell’ordinamento italiano. Va ancora notato che la coppia adottante vive al suo interno la stessa situazione genitoriale. Al contrario se una coppia ricorre all’eterologa quando solo uno dei due partner è sterile, si rischia di creare, con l’intrusione del terzo (il donatore), un grave disagio psicologico in chi non ha capacità generative: un disagio che potrebbe nel tempo compromettere la serena crescita anche del figlio.

L’adozione da parte di una coppia di due donne omosessuali ha riportato al centro del dibattito un nodo complesso e difficile che investe la famiglia e i minori in particolare. Che cosa può dirci anche su questo?

Bisognerà adeguare il detto, antico come il mondo, che di mamma ce n’è una sola? Credo di no e nessun giudice potrà mai cambiare questo fatto naturale e indiscutibile. La sentenza che ha permesso questo tipo di adozione è preoccupante sotto due profili: quello giuridico perché la magistratura dovrebbe applicare le leggi non sostituirsi ad esse. In secondo luogo questa sentenza non tiene in alcun conto il diritto primario di un bambino di rapportarsi nella sua crescita a un padre e una madre, soggetti insostituibili nella vita di un figlio. Ogni uomo ha il diritto di conoscere e rapportarsi con chi lo ha generato e fino a prova contraria la generazione esige l’apporto determinante di un uomo e di una donna. Infine mi chiedo se ogni desiderio pure legittimo di una persona debba trovare accoglienza e riconoscimento sia giuridico, sia legislativo a scapito di altri diritti (non desideri) primo tra tutti quelli di un bambino che non è un prodotto da comprare, vendere, possedere e manovrare come un oggetto a proprio piacimento.
Questa problematica come l’altra della fecondazione eterologa ci richiama all’esigenza di rimettere al centro della riflessione culturale e pastorale il grande tema di quale umanesimo oggi abbiamo bisogno. Il Convegno ecclesiale di Firenze del 2015 lo affronterà con ampiezza e profondità. Gli umanesimi imperanti nella cultura ci mettono di fronte a una serie di aspetti problematici e devastanti perché lesivi spesso della integrità dell’essere uomo nelle sue radici naturali e sociali. È una cultura succube dell’individualismo, attenta sempre ai diritti e mai ai doveri. Con essa bisogna nondimeno confrontarsi lucidamente e serenamente perché non mancano, anche in tali contesti, interrogativi e appelli che possono spingere a riscoprire la ricchezza dell’umano così come traspare in Gesù Cristo, senza darlo per scontato, ma facendolo rivivere nelle sue potenzialità più vere e affascinanti che indicano la direzione di marcia per una piena, vera, libera e responsabile umanizzazione.

Al di là di questi specifici temi che hanno una grande rilevanza sui mass-media cosa pensa sia necessario oggi per dare serenità e sicurezza alle famiglie?

Anzitutto occorre che la famiglia sia promossa nella sua identità naturale e sociale. La precarietà anche culturale di cui è fatta oggetto la indebolisce sempre più nelle sue vitali
funzioni di cardine del futuro della società. Guardando poi alla situazione di tante famiglie oggi nel nostro territorio possiamo dire che esse patiscono di tante fatiche che le preoccupano, ma offrono anche risposte forti e ricche di solidale impegno per farvi fronte con fiducia. Certo occorre che le istituzioni e le forze imprenditoriali e del mondo del lavoro, politiche e sociali considerino con molta cura i problemi e le esigenze che emergono sempre più evidenti nella loro vita e ne sostengano gli sforzi mediante una comune politica familiare che veda questa realtà posta al centro dello sviluppo sociale del Paese. C’è bisogno di spezzare le catene di individualismi che rappresentano un costo sociale altissimo e non producono alcun ritorno positivo sulla comunità nel suo insieme.

 

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